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Messaggio  Poppea il Gio Giu 24, 2010 12:07 am

Rajo Devi, indiana di 70 anni¸ Adriana Iliescu, romena 66 anni; Patti Farrant, 62 anni, inglese e altre attempate rimaste anonime, come una signora di Barcellona, madre di due gemellini, sono legate dallo stesso record, dallo stesso primato che, a mio avviso assurdamente, si contendono, quello di mamma più vecchia del mondo.

Colpisce che, in una società di narcisisti in cui nessuno vuole più identificarsi come vecchio, si esibisca con orgoglio la vecchiaia, ma solo quando si ritiene di aver vinta la gara contro di essa. Vecchiaia che ha delle leggi e impone limiti, primo fra tutti, quello alla maternità senile.

Non è così per la paternità senile, che non c'entra proprio con certi voraci consumatori di Viagra che, forse, non sono poi così ansiosi di diventare padri.

La paternità senile naturale, ottenuta senza forzature del predetto genere, oltre che essere gratificante per l'uomo, certamente è meno eclatante come evento e, a giudicare da certi risultati (Freud, Tolstoi, ad esempio, i primi che mi vengono alla mente, che ebbero padri assai anziani) appare quasi auspicabile.

Tornando alla vecchiaia, essa è l'evento che nell'immaginario collettivo desta particolare sgomento, in quanto tappa in bilico sempre tra l'essere desiderata e temuta.

Desiderata perché significa evidentemente la prosecuzione della vita, temuta per tutto ciò che alla vecchiaia si accompagna. Non soltanto nel decadimento della macchina interna, con i temuti acciacchi e con le malattie gravi, ma anche per il decadimento della carrozzeria, dell'involucro esteriore, che mostra impietosamente il trascorrere di lustri e decenni. Anche, e nonostante, il massiccio ricorso agli interventi estetici. In teoria essi dovrebbero migliorare le persone ma, talvolta, paradossalmente, generano mostri, tutti identici, o quasi. Innaturalmente gonfiati, stirati, riempiti o svuotati, a seconda dei posti, comunque "mostri" tali da far rimpiangere la dolcezza di certi volti un po' sfioriti, certo, come quelli delle nostre mamme, naturali, segnati dal tempo e anche da qualche dolore, eppure cari al nostro cuore e bellissimi in un modo difficile da descrivere.

Certo, De Amicis, con quel suo "mia madre ha sessant'anni e più la guardo e più mi sembra bella"[1] ci commuove e al tempo stesso ci fa scoppiare a ridere perché adesso, certe sessantenni sono occupate a darsi al buon tempo, e di fare le nonne non gliene può importare meno.

In ogni caso, ciò che realmente importa, ossia l'età biologica, per quanto si cerchi di spostare l'orologio del tempo indietro, essa inesorabilmente procede, mettendo saggiamente fine alla maternità, almeno.

Ma, come abbiamo visto, e come credo vedremo sempre di più, c'è chi vede nella maternità il potere, più che l'amore, l'affermazione della propria capacità a procreare, piuttosto che un mistero di inarrivabile bellezza… e allora non si arrende, e con cure, interventi, manipolazioni genetiche, raggiunge il traguardo, il record da Guinness dei Primati, spostando sempre un po' più in là, di qualche mese, di qualche anno, l'età della madre più vecchia del pianeta.

Nascono così bambini preziosissimi, frutto degli straordinari progressi della scienza, di opportune terapie, bambini per i quali vengono pagate cifre davvero altissime. Per i costi delle cure, per le parcelle dei luminari, dei professori, bimbi strenuamente cercati e voluti dai genitori, dunque bimbi preziosi, fonte sicuramente di gioia e non soltanto appagante realizzazione di sé.

Ma nulla, in questi bambini, li rende superiori al bambino nato per caso, nato per imprudenza, nato per qualche errore...Tutte parole altamente insultanti se rapportate al valore della vita umana, infinito valore, tale da far ritenere un bambino un dono. Dovrebbe essere così e di solito è così, anche quando una nascita getta un po' nello scompiglio perché si è troppo giovani, perché si stanno terminando gli studi, perché ci sono ancora molte spese da sistemare.

Ma, nella nostra società, palcoscenico di contrasti, accanto agli sterili record, al desiderio d'immortalità e di autoaffermazione, che spingono a tentare l'impossibile, a qualunque prezzo, per dare alla luce un figlio biologico, c'è anche l'amaro e incredibile opposto.

Bambini gettati, come una cosa inutile, nelle immondizie, bambini di cui disfarsi, come di un rifiuto, destinato pertanto al cassonetto, bambini senza diritto alcuno, nemmeno quello di vivere. E unito a questo primo estremo gesto, ci sono gli infanticidi, in aumento incredibile. Negli ultimi dieci anni, essi hanno avuto un incremento del 40% in Italia, rispetto al decennio precedente. E non sempre ciò è frutto della follia, che assolve e comunque rende incolpevoli, ma ad uccidere sono a volte donne sane di mente che lucidamente ritengono il figlio come un peso, un impegno troppo forte, una privazione della libertà rispetto a prima e che in balia di frustrazioni, assillate dagli impegni familiari, deluse dalla loro mancata realizzazione professionale, compiono gesti incredibili.

Oscilliamo tra l'onnipotenza di madri che nel figlio vedono una cosa, che sono riuscite a fare, e bene(anche grazie alla selezione eugenetica degli embrioni e quando pare e piace a loro, anche a settant'anni, come la signora indiana) e chi il figlio lo getta.

Per entrambe, il figlio è solo una cosa. Da possedere, o da buttare.

Verrebbe da pensare che, fra tutti i danni che noi esseri umani siamo riusciti a fare a noi stessi, alla nostra specie, c'è anche quello di negare, sovvertire ciò che si chiama istinto materno, per il quale la donna cura e protegge la prole, a prezzo della sua stessa vita. Istinto materno che di poetico ha soltanto l'amore che da esso scaturisce. Per il resto è un benedetto, utile, indispensabile istinto animale, insopprimibile e potente come gli altri che hanno permesso all'uomo di perpetuare la specie. E dicendo istinto animale, in questo caso paragonandolo all'istinto materno degli animali, appunto, faccio un complimento al genere femminile.

[1] A mia madre, di Emondo de Amicis
Maria

Poppea

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