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"Nobiltà della politica - Grandi laici della Repubblica"

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Messaggio  Poppea il Gio Ott 21, 2010 10:06 pm

«Nobiltà della politica - Grandi laici della Repubblica»
Da Ciampi a Bobbio, i protagonisti della democrazia italiana visti da vicino

MARTEDI' 26 OTTOBRE 2010, ORE 18
Oratorio Novo Biblioteca Civica
Vicolo Santa Maria, 5 - Parma

L'Italia, si sa, è un Paese di santi, poeti e navigatori. Ma è anche patria di grandi padri della democrazia, che hanno contribuito alla creazione del nostro paese con esemplare dedizione. E mai come in questo momento l'Italia avrebbe bisogno di grandi figure come quelle raccontate nel suo libro da Fabio Fabbri, per anni protagonista sotto la bandiera del Psi della vita politica nazionale. Venite a scoprire perché.

In conversazione con l'autore:

GIULIANO MOLOSSI, Direttore Gazzetta di Parma
LUCIANO MAZZONI, Presidente Istituzione Biblioteche del Comune di Parma
GIUSEPPE MASSARI, Istituto Storico della Resistenza


"Nobiltà della politica - Grandi laici della Repubblica" Libro Aperto editore, pag. 184: Il libro è dedicato alla "nobiltà della politica" ed ai profili di "grandi laici della Repubblica" personalmente conosciuti dall'Autore come, fra gli altri, Benedetto Croce, Norberto Bobbio, Carlo Azeglio Ciampi, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Leo Valiani, Giovanni Malagodi, Giovanni Spadolini, Giuliano Vassalli, Ernesto Rossi, Francesco Compagna e Mario Pannunzio. Il volume, di 184 pagine, è preceduto da una prefazione del giornalista e scrittore Antonio Ghirelli ed è concluso da una postfazione di Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore, già direttore del Corriere della Sera. In particolare Folli scrive che: "In una nazione che ha perso la memoria storica, Fabio Fabbri è tra i pochi che vanno controcorrente. Caparbio come sa essere solo chi è animato da forte passione civile, egli ha ricostruito un percorso politico e culturale che coincide con la storia autentica della Prima Repubblica. E' riduttivo parlare di una "galleria di personaggi". Giunti al termine della lettura, ci si accorge che Fabbri, con il suo stile sobrio e colto, ci ha restituito il senso di una vicenda nazionale complessa e coinvolgente. Le figure che egli tratteggia sono lo specchio di un'epoca, di un mondo, di una corrente spirituale. Tutto tranne che dei bozzetti convenzionali. Se c'è un filo che le unisce, è la crociana religione della libertà, quell'incontro misterioso e straordinario di pensiero e azione."

Fabio Fabbri (Ciano d'Enza, 15 ottobre 1933) è un politico italiano. Ha fatto parte del Partito Socialista Italiano. È stato Ministro degli Affari Regionali nel V governo Fanfani, delle Politiche Comunitarie nel II Governo Craxi, e della Difesa del Governo Ciampi. È stato inoltre sottosegretario all'Agricoltura e Foreste nel II Governo Cossiga, nel Governo Forlani e nel I e II Governo Spadolini, e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel I Governo Amato.


Dialogo, ragione, civiltà
di Giuseppe Massari

Anche se non privo di rimembranze virili, è difficile, impossibile anzi, sottrarsi al dolce smuovere d'ali della nostalgia che, alla fine estenuata, accarezza e sfiora senza però percuoterlo il sontuoso scaffale che Fabio Fabbri («Nobiltà della politica. Grandi laici della Repubblica», con generoso, trattenuto pudore consegna a quanti con lo stesso suo vigore continuano ostinatamente a coltivare l'arte di servire il bene comune, questa nostra democrazia repubblicana, nel caso.

Spesso sovrapponendosi, meno divergendone, il cursus honorum di Fabbri è stato accompagnato da una lunga e d'alto rango teoria di amici e maestri i profili dei quali sono qui, con rara, elegante sobrietà, delineati: Ciampi, Pertini, Saragat, Valiani, Malagodi, Spadolini, Vassalli, Rossi, Compagna, Molossi, Pannunzio, Croce, Bobbio, Craxi. In senso strettamente politico sono personalità e personaggi che hanno esercitato la loro milizia di uomini pubblici non sempre all'interno delle stesse forme partito o degli stessi rigidi schemi organizzativi. Accomunati tutti piuttosto da quella temperie laica e razionale che ha pervaso di sé, tenendo per punti nodali tanto il New Deal quanto la General Theory, tanta parte dell'antifascismo socialista e liberale prima degli oscuri, per altri versi abbaglianti, anni dell'attesa e soprattutto i valori ormai indelebilmente infissi nella carta costituzionale.

«Grandi laici» dice Fabbri, quasi evocati non certo in contrapposizione al trascendente né corrivi con l'ottuso anticlericalismo di maniera, ma ansiosi di evitare al Paese la caduta nelle spirali vertiginose di una palingenesi totale e finale per invece dotarlo, appunto laicamente, di norme e strumenti per l'instaurazione, la crescita di una società dove equità e libertà non rappresentassero entità e connotazioni antitetiche e configgenti. Ne risulta, a volta esplicita a volta garbatamente sottesa, una pacata e tollerante presa di distanza dalle grandi, tendenzialmente chiese ideologiche comunista e democratica cristiana. È fin troppo ovvio che Fabbri, e non certo per meccanico pragmatismo, riconosce, - e come non possibile? -i contributi «laici», per altro decisivi, dei due grandi partiti popolari alla rinascita della democrazia italiana, alla vita della Repubblica. E' da questi fondamentali che salpa il battello nostalgico di Fabbri.

Chi, come lui, si è nutrito, dopo Einaudi, Soleri e Ruffini, della «Rivoluzione» gobettiana e delle «lettere» e dei «Quaderni» gramsciani: chi, come lui, ha avuto attivo e critico commercio intellettuale con i Mila, gli Antonicelli, i Venturi e i Galante Garrone dell'affascinante avventura Azionista. Chi, come lui, ha avuto è ha tutt'ora quale livre de chevet quel breviario civile che Croce stese nel 1931 per dare voce, corpo e anima alla religione della libertà, non può risentire

delle intermittenze del cuore provocate dalla volgarità dei tempi e non dolersi, sia pure con misurata malinconica ragionevolezza, nel pensare a quello che avrebbe potuto essere e non è stato: non per dispetto degli dèi bensì per la pervicacia degli uomini. I «Grandi laici della Repubblica» è anche un'operazione di scrittura la quale, e con piena dignità e legittimità letterarie, racconta di sentimenti, di amicizie e di affinità. Scorretto sarebbe quindi chiedere a Fabbri, ma sarebbe per lenire qualche ferita, perché, tra tante convergenti identità, non troviamo quelle, almeno, di Napolitano, Macaluso e Chiaromonte. Con arbitrarietà ruvida e maldestra chiediamo a Fabbri di darci anche questa parte di storia, che non è un'altra storia. Forse un risvolto insensato, tragico e sublime scritto subito da quanti hanno preteso troppo, tutto, dalla politica intesa come anelito dell'assoluto: insomma, l'assalto al cielo.

Articolo di Giuseppe Massari da: Gazzetta di Parma: «Nobiltà della politica - Grandi laici della Repubblica»

Poppea

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